Emily Dickinson

La vita “fra quattro mura” di Emily Dickinson

Il disturbo da attacchi di panico (dap) non appartiene solo ai giorni nostri. Se volgiamo lo sguardo al passato possiamo trovare numerosi personaggi che, insieme alle loro opere, hanno lasciato testimonianza di problematiche che ben conosciamo. Tra questi Emily Dickinson, la famosa poetessa americana.

Emily nacque nel 1830 nel Massachusetts, uno stato del Nord America, in una cittadina vicino a Boston. La sua fu una famiglia benestante, dove crebbe amata e protetta. Si trovò a studiare da autodidatta nella propria abitazione già nell’adolescenza, avendo manifestato difficoltà nello stare lontano da casa. Verso i vent’anni decise volontariamente di auto segregarsi e non uscire più: inizialmente solo da casa, poi addirittura dalla propria stanza: una hikikomori ante litteram. Trascorse la vita chiusa tra quattro mura, senza vedere nessuno, nemmeno i suoi familiari. Non fu in grado di assistere al funerale del padre, che pure amava molto, nonostante si tenne nel salotto della villa a due piani ove risiedevano i Dickinson.

L’unica forma di comunicazione col mondo esterno furono centinaia di lettere che scriveva ad amici e parenti. A volte chiacchierava con i fratelli e i nipoti attraverso la porta.  Aveva anche un cane terranova che amava tantissimo, a cui aveva dato il nome italiano di Carlo, e collezionò centinaia di fiori pressati. Questa scelta di clausura ha suscitato numerose congetture: insieme alle sue poesie si è cercato di comprendere e analizzare perché Emily abbia deciso di recludersi. Sicuramente non soffrì di una singola condizione psicologica; furono più d’una e spesso accompagnate da problemi fisici. Dobbiamo anche considerare che di qualsiasi disturbo abbia patito, a quei tempi sarebbe stato impossibile trovare una cura, perché la psicologia a metà Ottocento era agli albori.

Occorre tenere presente che a quell’epoca le malattie mentali venivano considerate una tara e pertanto nascoste per evitare che la famiglia intera subisse danno nella reputazione. Nel caso specifico lo stato di Emily avrebbe compromesso ogni possibilità di matrimonio per la sorella Lavinia (che tuttavia preferì non sposarsi) e suscitato commenti in una società marcatamente bacchettona e ipocrita. Se Emily Dickinson fosse nata ai giorni nostri sicuramente avrebbe potuto avvalersi di diagnosi, terapie e supporti che l’avrebbero aiutata… magari avrebbe partecipato a un gruppo AMA e sponsorizzato la Lidap!

Oggi la maggior parte degli psichiatri riconduce i sintomi di Emily Dickinson ad ansia sociale e/o grave forma di agorafobia. Lei fu sempre consapevole del suo disturbo e affermava che i demoni interiori le offuscavano la ragione, i sensi e l’equilibrio. Nessuna ricerca potrà restituirci un ‘immagine definitiva e veritiera. La vita di Emily fu molto povera di avvenimenti esteriori, ma densissima di avvenimenti interiori. Quando si chiuse la porta della stanza dietro alle spalle, si aprì dentro di lei una porta ben più grande verso il mondo dei sentimenti e delle emozioni.

Contemplò la natura, gli uomini, il dolore, l’amore, la religione e la morte con occhio penetrante e li descrisse con acuta sensibilità. In particolare, era ossessionata dal pensiero della morte, un mistero che fin dall’adolescenza la turbava profondamente, sia che cercasse di immaginare sé stessa al posto dei morti, sia che indagasse sulla sorte degli altri. La morte sembra avere per Emily carattere di furto nel dominio dell’affetto: perdere i vincoli visibili la disorientava. Sicuramente possedeva una sensibilità eccessiva e una penosa tensione interiore; gli incontri con gli estranei le causavano paura e ansia, quelli con le persone care la emozionavano al punto di esaurire tutte le riserve di energia.

Queste forme estreme di squilibrio psichico trovarono sfogo nel mondo poetico-letterario: l’isolamento le permise di immergersi completamente nella sua opera. È l’esempio di come la solitudine possa essere trasformata in opportunità e creatività, a seguito di una profonda conoscenza di sé stessi.

“Sarei forse più sola
senza la mia solitudine”

Negli anni da eremita scelse di vestirsi unicamente di bianco e quando nel 1885 morì di nefrite a soli 55 anni era praticamente uno spettro. La bara aveva bianchi fiori profumati di vaniglia, come aveva espressamente chiesto. Solo in seguito la sorella Lavinia riuscì a far pubblicare a proprie spese la sua lirica e oggi possiamo fortunatamente leggere poesie di struggente bellezza, tutte senza titolo. Alcune contengono una nota spensierata, rivolta alla bellezza della natura, altre sono venate di inquietudine e sofferenza.

“Non è necessario essere una stanza
o una casa per essere stregata.
Il cervello ha corridoi che vanno
oltre gli spazi materiali”

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